Domenica 22 aprile grazie all’organizzazione dell’ass. Pegliflora, il quartiere ha potuto riscoprire alcune pagine di storia ormai da tempo dimenticate riguardanti Giovanni Battista Pastene, illustre concittadino esploratore delle lontane terre del Sud America.

Elogiando l’iniziativa, il presidente del municipio Ponente Mauro Avvenente ha evidenziato le potenzialità del Museo Navale attraverso la riscoperta dei tesori nascosti portando ad esempio il busto di Pastene dimenticato nei depositi.

Relatore e protagonista della conferenza, il prof. Francesco Surdich, ha introdotto il personaggio ammettendo però la scarsità di notizie biografiche relative a Pastene e concentrando la relazione su di una più ampia storia delle esplorazioni.

Il primo passo attraverso il percorso storico proposto dal prof. Surdich offre una descrizione dettagliata della colonia genovese residente a Siviglia attraverso una precisa testimonianza locale. Una descrizione che passa dai semplici aspetti numerici alle valutazioni economiche, morali, religiose, abitative e culturali.

Un secondo passo introduce gli uditori agli albori della cartografia e dell’esplorazione genovese. Vengono ricordati Andalò Di Négro e Ugolino Vivaldi. Il prof. Surdich passa quindi ad esaminare la relazione tra storia iberica e navigatori genovesi. Ricorda come la prima occasione sia stata offerta dal Portogallo liberatosi dall’occupazione dei “mori” ma privo di una propria conoscenza nautica sanata dalla chiamata dell’amm. Emanuele Pessagno. Ricorda Lanzerotto Malocello da Varazze e Nicoloso da Recco, scopritori rispettivamente delle isole Canarie e delle Azzorre. Rammenta quindi come proprio le Canarie siano diventate, grazie ai venti, il passaggio obbligato verso l’America dopo l’impresa di Colombo. Ricorda poi Michele da Cuneo, savonese, navigatore amico di Colombo al quale si unirà nel secondo viaggio verso il nuovo mondo. Il personaggio viene portato ad esempio della differente moralità mutata nei secoli. Lo stesso Michele da Cuneo racconta di una violenza perpetrata ai danni di un’indigena con la disinvoltura di chi esercita un diritto riconosciuto.

Ritornando invece alle scarse notizie biografiche relative a Pastene, il prof. Surdich ricorda la nascita a Pegli nel 1507 da una famiglia di modeste origini e forse con radici a Rapallo. Rammenta i successivi studi cartografici a Siviglia ed infine le esperienze esplorative americane agli ordini di Pizarro ed in Cile dove avrà parte alla fondazione della città di Valparaíso.

Il prof. Surdich riprende quindi la questione del diritto sulle terre scoperte e sui popoli indigeni basato sull’investitura papale attraverso il sovrano della nazione esplorante. L’esploratore era fondamentalmente tenuto alla sola lettura di una dichiarazione nella propria lingua, quindi praticamente incomprensibile agli indigeni, con la quale si pretendeva la conversione pena una violenta reazione.

La conferenza è poi proseguita con l’intervento del pubblico con giudizi morali “attuali” relativi a fatti storici quali: schiavitù, colonialismo, crociate, ecc… Purtroppo il giudizio morale attualizzato su livelli contemporanei si dimostra una forzatura ed una riscrittura falsata della storia. Anche l’indicazione di eventi storici decontestualizzati o senza un esame al contorno potrebbe essere considerata fuorviante. Gerusalemme era già occupata prima delle crociate. I popoli precolombiani non erano pacifici ed estatici contemplatori delle stelle. La schiavitù non è un’invenzione coloniale e tantomeno esclusivamente europea. Adua non è stata l’unica sconfitta di un esercito moderno da parte di uno primitivo in terra africana.

Proprio la citazione della sconfitta di Adua suona come la tipica ricerca dell’unicità negativa italiana nella storia bellica mondiale. Bisogna quindi domandarsi se tale affermazione sia vera. La risposta è no, sia con la condizione restrittiva africana sia estendendo la considerazione al resto del mondo. Se nel 1896, ad Adua circa 18000 italiani affrontarono un esercito di circa 100000 abissini (rapporto 1:5,5) dotati di armi da fuoco e artiglierie, nel 1879 a Isandlwana, circa 8000 britannici affrontarono 20000 zulu (rapporto 1:2,5) dotati quasi esclusivamente di armi bianche e persero nonostante le condizioni di partenza più favorevoli. Volendo espandere la ricerca oltre l’Africa si scoprono altre sconfitte o addirittura disfatte. La ritirata britannica da Kabul terminata nel 1842 finì con l’annientamento del contingente. Nel 1814, la prima offensiva britannica in Nepal si risolse in una sconfitta. Nel 1876 a Little Bighorn, anche se non si considera colonialismo all’europea, fu una sconfitta di un esercito moderno contro uno arretrato. Nel 1954, la recente sconfitta francese a Dien Bien Phu di un esercito moderno ma fondamentalmente coloniale portò alla perdita dell’Indocina. Adua non fu l’unica sconfitta occidentale ad opera di forze armate arretrate e non fu neanche la peggiore sia per le conseguenze sul campo che politiche. Adua è solo l’unica pubblicizzata.